Non chiamatelo “il Kafka Turco”. Intervista a Giulia Ansaldo, traduttrice di Impronte di Hasan Ali Toptaş

Impronte.JPG

Sette capitoli dai titoli evocativi – Chiave, Sogno, Quiete, Yaziköy, Frontiera, Riconoscenza, Male – per raccontare una Turchia rurale attraverso un linguaggio elegante, poetico e visionario ma anche i drammi della nostra epoca. Drammi che sono simboleggiati da impronte tracciate lungo il pericoloso confine turco-siriano. Il protagonista del romanzo Impronte di Hasan Ali Toptaş (Del Vecchio Editore) si chiama Ziya e ha perso trent’anni prima la moglie incinta in un attacco terroristico. Non riesce a trovare conforto perché il dolore ed un rimorso antico si agitano in lui e li sente “come un uccello piccolo e caldo che si muove lentamente all’interno della sua cassa toracica” .
Abbiamo intervistato la traduttrice italiana di questo libro, Giulia Ansaldo, autrice a sua volta di un cameo in fondo al romanzo intitolato La scatola nera del traduttore.

Impronte è il primo testo in traduzione italiana “del Kafka turco”. Sei stata tu a portare alla luce questo libro. Che sensazione provi al riguardo?

Impronte Ansaldo

La scatola nera del traduttore.

A lui non piace molto la definizione di “Kafka turco” che pur lo lusinga, trova che ne basti uno, di Kafka. Per me è un onore lavorare sui suoi testi e ringrazio la casa editrice Del Vecchio per avermi dato questa opportunità e per l’attenzione con la quale ha accolto questo lavoro. Quando mi è stata proposta la traduzione degli ultimi due romanzi di Toptaş di cui avevo letto solo un romanzo, Gölgesizler (I senza ombra) già tradotto in altre lingue europee, ero esaltata e preoccupata di confrontarmi con un autore del suo livello. La lingua che usa è una tensione continua verso i limiti della lingua turca sulla quale fa un lavoro al tempo stesso di ricerca, con termini arcaici, e innovazione, per quanto riguarda la struttura. Ho imparato tante parole in italiano per cercare di rendere questo processo ad esempio. Come gli ho detto in un messaggio, da una parte mi dispiace averlo incontrato così presto nel mio lavoro perché difficilmente troverò un autore altrettanto stimolante!

Durante il lavoro di traduzione di Impronte hai avuto un contatto diretto con Toptaş? E se si come è stato questo scambio?
Sì, ho scritto a Toptaş a metà della traduzione e alla fine del lavoro, raccogliendo domande lessicali o interpretative. Provo un certo timore reverenziale nei suoi confronti perché dai suoi libri, dalle interviste rilasciate e dalle apparizioni pubbliche mi era sembrato un uomo di altissima statura e dalla cultura immensa. Ne ho avuto conferma dalla signorilità del suo modo di relazionarsi; risposte immediate, precise, sobrie, eleganti. Mi ha dimostrato una grande disponibilità e sensibilità oltre che una gran voglia di essere coinvolto nel processo di traduzione perché il suo lavoro di scrittura è lento e minuzioso, così dev’essere la resa. Ci siamo consultati con lui anche per la scelta del titolo.

Tradurre Hasan Ali Toptaş che cosa ti ha fatto capire in più della Turchia che tu non sapessi già? Più che qualcosa sula Turchia, da Toptaş ho imparato qualcosa sull’animo umano. Descrivendo situazioni e vicende quotidiane, in un contesto turco, Toptaş riesce a dipanare i processi dello spirito che accomunano gli esseri umani al di là delle frontiere. Dal punto di vista linguistico anche è così. Il modo del parlare quotidiano reso nei testi e la sua scrittura riescono a esprimere anche i toni di voce, le espressioni, i pensieri reconditi che accompagnano quelle parole.

Quando è entrata in te la lingua e le letteratura turca e perché hai deciso di diventarne traduttrice? Era un sogno di Istanbul, nato soprattutto dai libri. Volevo viaggiare in Turchia ma viaggiare per me significa anche un po’ abitare. L’occasione di coniugare le due cose è stata il Servizio Volontario Europeo. Poi, al momento di scegliere il progetto, tra Istanbul e Batman ho scelto la seconda, dicendomi che difficilmente avrei avuto altrimenti l’occasione di conoscerla. Ho imparato il turco in una regione dove si parla principalmente curdo. Era il 2008. In seguito ho deciso di approfondire la lingua e ho studiato turco e persiano all’Inalco, Istituto di Lingue e Civilizzazioni Orientali di Parigi, dove grazie a Timour Muhidine, professore e traduttore di letteratura turca, mi sono appassionata agli scrittori della Turchia. La traduzione è stata una scelta lineare; mi sono sempre avvicinata alle lingue e ai luoghi tramite la letteratura. Inoltre mi piace svolgere un lavoro che ha qualcosa di artigianale e penso di non aver molto da dire ma di poterlo dire bene.
Impronte due pag

Vivi a Istanbul. Come hai visto cambiare la città in questi anni?
Vivo a Istanbul da troppo poco tempo e ci sono tornata dopo un troppo lungo intervallo per poter notare un’ evoluzione continuativa. Eppure alcune differenze, al di là di quelle strutturali e geografiche che sono sotto gli occhi di tutti, le ho percepite, anche dalle parole e dai racconti di chi ci ha vissuto a lungo. Dove c’erano poche luci e tagliagole ci sono negozi di artigianato e souvenir, dove si sperimentava rock e metal, ci sono altoparlanti di musica commerciale. Non mi piace parlare di un cambiamento in meglio o in peggio, il cambiamento è necessario e inevitabile, trovo però che negli ultimi tempi Istanbul sia una città un po’ più diffidente, più stanca.

A Macondo c’è una domanda d’obbligo. Qual è un libro che ti sta particolarmente a cuore e perché? Un libro che mi ha particolarmente colpito, letto circa dieci anni fa, è La trilogia della città di K., di Agota Kristof, trdotto da Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo e Armando Marchi. Non so se sia una ragione valida ma so che dopo quello, per anni, non sono più riuscita a leggere un altro romanzo dal principio alla fine.

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